Jingle beh.

Quando ero piccola facevamo l’albero e il presepe.
Come tutti, direte voi. AHAHAHAHAH, no.

L’albero e il presepe, in casa mia, erano diversi da tutti gli altri alberi e presepi esistenti sulla faccia della terra e credo che anche questo abbia concorso a destabilizzare la mia inclinazione verso il Natale.

I miei allestivano il presepe in giardino, dentro un’aiuola. Non c’era la nativitá circondata da casine meccaniche, non c’erano le piccole statuine distribuite qua e lá, non c’era il muschio né un fiumiciattolo di carta stagnola. Il mio presepe era costituito unicamente da Giuseppe, Maria, Gesù, il bue e l’asino.

Dice, perché? Perché ogni statua era alta 3 mt, il bue di razza Chianina e Gesù così grande che potevo spacciarlo per mio fratello di 15 anni.
In confronto quelli in carne e ossa, di stanza a Betlemme, erano playmobil.
Sulla capanna pagavamo l’Imu: 200mq calpestabili, soppalcata, con riscaldamento autonomo, progettata da mia madre e inchiodata a mano da mio padre con legno delle foreste scandinave.

Tre persone e due animali in una casa isolata tra i ciclamini. Chissá mai quali siano stati gli imput che hanno concorso a forgiare la mia asocialitá.

Oltre al presepe più triste nella storia dei presepi tristi, avevamo anche l’albero. L’albero aveva il permesso di stare in casa ma, vittima di non so quale vendetta, era posizionato vicino al calorifero. Il primo giorno era un abetucolo verde e carino, il terzo legna secca prosciugata dal caldo e il quinto un tronco spoglio con gli aghi caduti a pioggia sui pacchi. E le palle?

Quali palle? A casa mia non è mai esistito un albero di Natale con le palle. Ho avuto un albero addobbato con le sagome dei puffi, con le boccette degli antibiotici, con le scatoline del mulino bianco, con le puzzole impagliate, con le cosce di pollo in forno, con le teste dei miei parenti, ma con le palle mai. Talmente mai che una volta chiesi a mia madre: “Per favore, posso avere un albero come tutti gli altri?”.

Stavo salendo il limitar di gioventù e per me l’omolagazione era importante. Io volevo essere una pecora nel gregge, una del gruppo, nel gruppo, uguale a tutti. Ma il “tutti” in casa mia era un concetto duro da far passare e non solo a Natale.

A Carnevale bramavo il Bomber rovesciato e mi mandavano in piazza con il piumino rosso a fiori.
A Ferragosto desideravo soltanto stare in spiaggia a distruggermi e struggermi e invece mi trascinavano in montagna a contare i fili d’erba.

Se non fosse che sono i miei genitori, penserei ad un piano diabolico, attuato nel tempo, per farmi odiare tutte le feste dell’anno.

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