Io, Bolt e le app di fitness.

Il mio tallone di Achille sono le app di fitness.
Cioè, sono il tallone d’achille della mia carta di credito.
Ci sono giorni in cui da larva divanensis voglio trasformarmi in Usain Bolt. Capita raramente ma quando capita mi carico come una molla impazzita pronta a recuperare una forma persa nella notte dei tempi, in quella dimensione buia fatta solo di Nutella e fiori di zucca fritti.

Con l’energia di una bambino iperattivo di 9 anni, passo in rassegna palestre, piscine, studi di personal trainer, centri con tutte le novità del fitness, parchi per rigeneranti attività all’aperto, percorsi di corsa e/o camminata veloce e abbonamenti alle biciclette comunali per salutari scampagnate.

Poi spulcio il sito della Decathlon per farmi un’idea di pantaloni e canottiere e reggiseni sportivi (?!) e borracce e asciugamani e calzini e scarpe e pesi e kettlebell e corde e tapis roulant e razzi missili coi circuiti di mille valvole.

Infine accedo al Sancta Sanctorum delle cazzate, l’Apple Store, e vado a caccia delle app miracolose.
Quelle che ti promettono un culo attaccato alle orecchie, gambe tornite nel marmo che nemmeno Michelangelo, addominali scolpiti come i gradini di Piazza di Spagna e braccia così toniche e belle da meritarsi la tutela delle Belle Arti. Il tutto in pochi giorni.

Non sono (completamente) stupida e so che certi risultati non si possono ottenere in così poco tempo senza, per altro, regolare l’alimentazione. Eppure.

Eppure le guardo e i miei occhi baluginano di felicità, il mio cuore trotterella verso la speranza e il mio dito clicca su abbonamenti annuali privi di senso.
Ma che importa, sto già meglio, mi sento già in forma, probabilmente ho già perso qualche chilo.

In realtà perdo solo tempo e soldi.
Dopo averle acquistate, infatti, le app che promettono sudore, stridore di denti e niente ciccia sui fianchi, vegetano dimenticate sul mio telefono.
Impolverate e piene di ragnatele, mi guardano silenziose dalla casella che le raccoglie tutte, la casella che per motivarmi ho chiamato “Scansateve tutti” ma che dovrei rinominare in: “Hai la costanza di un soprammobile Thun”.

Subdole e maledette, poi, le app che più pago e meno uso non mandano né notifiche né reminder né schiaffi per ricordarmi della loro esistenza (sì, ho disabilitato tutto, ssssh, fate silenzio) e questo comporta l’effetto “minchia!macosacazz!” ogni volta che consulto il mio estratto conto.

Tale effetto mi coglie sistematicamente quando vedo tra le spese della mia carta di credito somme ingenti di cui ignoro la motivazione.
Perché mai sto pagando 39 euro al mese?
E queste 45?
E quell’altre 70?
Tutte addebitate dal signor iTunes.

Cressa di quell’arroganza derivante dall’imbecillità, mi fiondo su iTunes pronta a scatenare un casino contro questi furbi che si permettono di ciucciarmi soldi senza il mio esimio permesso. Salvo poi accorgermi della lista infinita di app di fitness che ho comprato per diventare la Charlize Theron nello spot Martini continuando invece a scolarmi solo Martini senza Charlize.

Allora elimino tutti gli abbonamenti e questa cosa mi mette di buonumore e il buonumore chiama fame e la fame chiama pizza e la pizza chiama gelato.
E Bolt non lo so ma io rispondo sicuro.

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