Io e i costumi di carnevale: un amore mai sbocciato.

Cos’hanno in comune gli addobbi dell’albero di Natale e i costumi da carnevale?

In casa vostra, forse, solo il fatto che spuntano in concomitanza di ricorrenze annuali.
In casa mia, invece, l’estro di mia madre.

Voi avevate le palle e le lucine sull’abete? Eh, beati.
Io avevo i puffi di carta o le boccette degli antibiotici o la pastra cruda o le mollette da bucato o le noccioline o qualsiasi altra cosa le venisse in mente. E mentre lei inventava, sballottolandomi nel buco nero della creatività, io necessitavo di certezze solide cui aggrapparmi. E fu così che un volta le chiesi: “Per favore, posso avere un albero con le palle colorate come tutti gli altri bambini?”.

Non la prese tanto bene, immagino, perché da lì a qualche anno sparirono albero, addobbi, lucine e tutto il cucuzzaro.
In compenso, cominciò ad affilare i coltelli della vendetta sui miei costumi di carnevale. Al’inizio lasciò che all’asilo mi omologassero agli altri, stipata su un carro merci che girava per la città seguito da una processione di genitori coperti di coriandoli.

Così, uno dei miei primi costumi fu quello da Chicco di Caffè.
A vederlo oggi, sembro più uno scarafaggio o uno stercoraro con gli stivali ma ero molto contenta (come si evince dalla foto) soprattutto perché il campo d’azione di mia madre era stato limitato al trucco. MOMENTO! È una mia impressione o mi aveva fatto i baffi?!

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L’anno dopo fu il turno di Rock Feller. Che fosse Rock Feller l’ho scoperto solo qualche tempo fa, sono sempre stata convinta di essere un pinguino. Un pinguino brutto ma vabbè. Anche in questo caso la make up artist fu mia madre che, in anticipo anni luce sulle tendenze di oggi, mi fece delle fantastiche sopracciglia ad arco, sottili sottili, tipo Moira Orfei.
Non potevo curarmi di come fossero truccati i miei occhi, comunque, perché ero occupata a non perderli infilzati da quella selva di becchi appuntiti.

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Asilo = recite. Recite = ruoli. Ruoli = vestiti. Vestiti = chi cazzo era la sarta in quel posto di suore?

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Ditemi, chi vi sembro?
Una tunica corallo abbinata ad un mantello nero e viola, un colletto bianco con l’anima di ferro, un ventaglio di vimini in mano, una corona in oro cartone e soprattutto una parrucca di riccioli biondi che Shirley Temple sta ancora piangendo d’invidia.

È chiaro, sono la strega di Biancaneve.

Per una volta che mi assegnano una parte importante, per una volta che ho monologhi tipo De Niro in Taxi Driver, per una volta che posso vendicarmi su quella lagna di Biancaneve, mi mettono la parrucca di Nino D’Angelo. Poi ovvio che mio padre, a recita quasi finita, non mi avesse ancora riconosciuto.

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Non era era facile, in effetti, nemmeno quando cambiai d’abito e da regina diventai la strega che porta le mele: infagottata in 15 vestaglie nere, legate in vita con altrettanti nodi, e di colpo castana. Si vede che la tinta non aveva preso bene. Col bastone e il capagno intrecciato, poi, ero più simile ad un cercatore di funghi. Funghi o mele, l’importante che nel cesto ci fosse roba velenosa. In questo senso ci stavano bene anche i panini con la marmellata che ci propinavano a merenda.

Nota a margine: io non so se se tra gli insegnanti ci fosse un fine psicologo infantile o se i miei avessero avvallato la terapia d’urto, so solo che il ruolo mi fu assegnato dopo aver visto Biancaneve al cinema. Cinema abbandonato in lacrime, terrorizzata,  a metà film.

Col senno di poi, credo che mia madre stesse inviando messaggi genetici al creato per avere un cherubino al mio posto, altrimenti non si spiega l’incidenza di parrucche bionde sulla mia povera testa. Una piccolissima me fu vestita da Cappuccetto Rosso: treccione modello tedesca che lavora alla festa della birra, grembiulino in plastica che fa tanto tovaglia estiva in cerata, maniche e mutandoni di pizzo tipo Luigi XV quando va a letto. Spolverata di fard sulle guance. Espressione rassegnata.

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Ti sei mai vestita da principessa? No, per fortuna, ma da caramella Ricola alle erbe di montagna, sì.

O per caso vi sembra un costume da Pirata? Calzamaglia nera in pungitopo, fazzoletto a punta “David Gnomo, David amico mio”, collana da rapper americano e cerchioni dell’Hammer alle orecchie. Che poi mi chiedo, cosa mi trucchi come alla Notte degli Oscar se poi mi dividi in due il ciuffo a banana?
Con quanta convinzione sferro la spada, eh? Mi riesce meglio uccidere a colpi di sguardo carico d’odio.

Passato l’asilo e le elementari, eccoci alle medie. È qui che il sadismo genitoriale ha preso forma.
Io volevo vestirmi “da punk” e per me “punk” era coi jeans strappati a casaccio, pieni di disegni, con una camicia di mio padre legata in vita e i capelli sciolti, ingellati qua e là.
A metà tra Danny&Sandy di Grease e un muro caduto in mano ai writers.

Niente.

La prima volta mio padre mi regalò una sua camicia bianca, di panno, impossibile da legare in un fiocco, sul retro della quale disegnò un enorme stemma di Batman. Per girare a Gotham City sarebbe stato perfetto ma io dovevo solo fare le vasche in Piazza Aranci.
Mia madre strappò i jeans in uno o due punti con una precisione così meticolosa che l’effetto trasandato venne sacrificato sull’altare della buon costume.
E per finire i fuochi d’artificio, il colpo di grazia, l’uccisione della mia dignità: mi attaccarono addosso le figurine dell’uomo pipistrello. Ma che cazzo gli parevo, un album della Panini?

La seconda volta fu quella del trauma vero, psicologico, perché come dice il saggio “se pensi di aver toccato il fondo, i tuoi genitori possono tranquillamente scavare”.
Era tutto perfetto: trucco, capelli, jeans, camicia. Tutto. Mancava solo il mio adorato Bomber girato dalla parte arancione.

Nossignore. Giacca a vento rossa coi fiorellini.
Che io, fossi stata nei miei amici, altro che schiuma mi sarei tirata, i sassi cazzo.

Da lì, decisi che io e il carnevale avevamo chiuso. Ora non mi resta che aspettare la loro vecchiaia e quando saranno due animette centenarie, porterò i miei in piazza vestiti da pirata, con la parrucca bionda della strega, il becco di Rockfeller, l’imbottitura del chicco di caffè e le figurine di Batman appiccicate in fronte.

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