Lo spot dei giocattoli anni ’80 rivisto nel 2017.

Rivedere oggi gli spot dei giocattoli anni ’80 è un’esperienza a metà tra il meraviglioso e il ridicolo; se da una parte li rivorrei tutti, dall’altra non posso non morire ammazzata di risate.

Era il 1987 e il Dolce Forno Harbert appariva su uno sfondo giallo zabaione in mezzo a due belle bambine la cui voci sarebbero bastate per impastarle insieme alle ciliegie marasche.
Davanti a loro, una tavola imbandita di dolci che in compenso Igino Massari è Puffo pasticcione e una dice all’altra “Ma come sei brava, mi insegni a fare i dolcini?”.
Cos’è sto fairplay? Quando mia cugina faceva delle polpette di fango migliori delle mie, avrei voluto fargliele mangiare.
L’altra le spiega i pochi passaggi e, maneggiando il sac à poche con la maestria consona ai suoi 7 anni, guarnisce la crostata di ciuffi pannosi.
A me uscivano sempre tegline piene di vomito di gatto ma, pazienza, era un buon modo per testare l’amore incondizionato dei miei genitori quando li costringevo ad assaggiare.

Nel 1984, invece, i Masters combattevano per dominare l’universo davanti al Castello di Teschio Grigio (Teschio Grigio fa riserva indiana mentre Greyskull suona meglio, ve lo dico). Stratos, Man at arms, Uomo uccello, Beastman, Teela e Zodac si prendono a calci in bocca finché non arriva Skeleton che chiede “Chi può vincermi?”.
Adesso la tentazione fortissima è rispondere “Stocazzo!” ma da piccola aspettavo trepidante che irrompesse l’eroe e dicesse “Io, He-man!”.
Che sarebbe stato più corretto fargli dire: “Io, Caterina Caselli coi muscoli!”.

Eccoli, Barbie e Ken che avanzano come due abat-jour nella notte.
La voce dice “Alla festa Barbie e Ken hanno fatto faville con i vestiti luce di stelle”: ci credo, col panciotto e la gonna illuminati da stelle elettriche è già tanto che non siano morti carbonizzati. Stacco.
Barbie, che ne sapeva già all’epoca, torna a casa sua da sola e dopo due colpi di spazzola si infila a letto. Voi siete poracci e abbinate al massimo mutande e calzini, lei è la cazzo di Barbie Luce di Stelle e ha la gonna in pendant con la specchiera e il letto che si illuminano al buio. Ovvio che stia stesa come una morta con gli occhi a palla: dormiteci voi dentro quel lunapark di kitschume luminoso.

A 8 anni, forse, gli Amici Cercafamiglia mi avranno intenerito ma adesso, a 37, mi intristiscono in modo irrimediabile.
Un cane di peluche, tra altri cani di peluche tutti con l’espressione di Valerio Scanu, aspetta che un bambino lo acchiappi per la testa e lo porti a casa. “Non ha una casa, non ha una famiglia e nemmeno un nome” dice la voce “e diventerà il tuo fedele amico per sempre”. Come no, finché un cane vero non lo scovasse e lo riducesse ad uno straccio per la cuccia. Non ha una casa, non ha una famiglia, non ha un nome. E nemmeno più l’imbottitura in cotone.

Nel 1988 arriva il Crystal Ball e se ci penso sento ancora l’odore. Quattro bambini, uno vestito peggio dell’altro, si divertono gioiosi con questa pasta collosa, da soffiare dentro una cannuccia e trasformare in palle colorata: ci si divertiva da pazzi e ci si intossicava in allegria. Era chiaramente roba chimica che non avrà rotto niente, non avrà macchiato nulla ma ha sicuramente allucinato un’intera generazione: mi sorge il dubbio che la pasta sia stata aspirata invece che soffiata sulla cannuccia.

Prima di whatsapp e dell’ansia per “… sta scrivendo” c’erano i Meta timbri di Poochie. Timbri che stampavano due messaggi contemporaneamente: uno già presente sotto il culo di Poochie e l’altro personalizzabile con delle letterine. Letterine bianche, piccole pubblicizzate da una bambina a cui mancavano i denti: a guardarlo oggi qualche sospetto ce l’ho. Complimenti all’idea di far apparire la madre, dal nulla, a proporre un risotto per pranzo. La figlia timbra la carta col messaggio: “Cara mamma, approvato!”. Invece ci sarebbe stato bene un: “Cara mamma, se cucini come ti vesti mangio il ciappi del cane”.

Gli Egg Monster fanno parte della categoria “Giochi da regalare a chi ti sta sulle palle”: uova di plastica che si trasformano in mostri scheletrici. Mostri …a me fa più paura lil taglio di capelli della madre o la gallina impiccata alla fine dello spot, per dire.

Perché comprare dei deodoranti per ambienti quando puoi piazzare una Cherry Merry Muffin in bagno? Odiavo, odio e odierò per sempre la melensaggine che colora tutto di pastello e riduce ogni cosa all’-ino: dolcino, papino, profumino. Datemi i defribillatori, per dio, che do una scarica a ste bambole riconglionite e poi vedi dove vanno a finire cioccolato, mirtilli e ciliegie.

Guardo lo spot della Panineria Didò e mi viene in mente una cosa: ma questa incidenza di giocattoli legati al cibo, era dovuta all’ansia generale che non mangiassimo abbastanza o alla certezza che saremmo finiti tutti a lavorare da Mc Donald’s?

Infine, quattro bambine di schiena che, una dopo l’altra, si girano di 3/4 verso camera, ripetendo ossessivamente la parola Candy e tenendo in braccio una bambola bionda con le pupille dilatate, fantoccio dell’omonimo cartone.
Ce n’è di che fare almeno un serie horror dal titolo “La Candy di tutte le Candy”. Per quanto mi riguardava, e così è ancora, quella bambola poteva finire direttamente nella lavatrice, abbandonata di gran fretta direttamente in una discarica.

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