“Tu chi sei?” “Eric” “Eric, parla al pubblico americano” “Sono John, stavo scherzando”.

Il mio primo idolo musicale è stato Louis Miguel, avevo due anni e non ricordo come ne venni a conoscenza. Forse dalle bambine più grandi con cui giocavo. Leggenda vuole che suo nonno abitasse nello stesso mio quartiere e che, io un giorno, sia andata da lui a chiedergli “Mi scusi, lei preferisce Louis Miguel o i Duran Duran?”. Altra band a me ignota e sentita nominare chissà dove, chissà da chi.

Negli anni, poi, ho idolatrato vari altri personaggi (calcistici e musicali) con una tendenza che definirei “moderato fanatismo enciclopedico” cioè non li seguivo dal vivo né mi appostavo sotto gli alberghi ma collezionavo qualsiasi cosa uscisse sul loro conto. Articoli di giornale, copertine, adesivi, inserti e soprattutto poster. Avevo la camera completamente tappezzata e quando dico “completamente” intendo che solo il soffitto era libero. Riempivo un raccoglitore dietro l’altro e registravo in tv qualsiasi loro passaggio: conservo ancora dei VHS totalmente schizofrenici in cui partite della Juve si alternano a video di Michale Jackson e a esibizioni dei Take That.

Conoscevo a memoria il concerto di Bucarest del Dangerous Tour del re del pop, andavo a scuola con la maglia di Robbie Williams e spedivo tagliandi d’amore alla redazione di Tuttosport nella speranza che Del Piero li leggesse. Cosa ridete, non c’erano i social e ognuno arrivava all’idolo come poteva.

Questo per dire che potenzialmente, fossi stata una ragazzina negli anni ’60, avrei perso la testa per i Beatles.

Sono andata a vedere “Eight Days a Week”, il film documentario di Ron Howard sui 4 ragazzi di Liverpool e mi ha lasciato così.

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Adoro i film che mi lasciano così, con gli strascichi positivi, con un bel pensiero e, nello specifico, la voglia di ascoltare nuovamente tutte le loro canzoni. Un dopo l’altra, tutte, anche al contrario.

È un film di montaggio, arricchito da qualche intervista realizzata di recente, che racconta la storia dei primi anni dei Beatles, quelli delle esibizioni dal vivo, dal 1962 fino al 1966. Il materiale è stato restaurato e portato in formato digitale in 4k; l’audio è stato ripulito e digitalizzato. Un lavoro talmente perfetto che alla fine, quando si assiste ai 30 minuti del loro concerto allo Shea Stadium di New York, sembra di essere lá.

È un film a cui non frega niente di farci sapere chi fossero i Beatles prima dei Beatles, né di indagare morbosamente le cause del loro scioglimento. Non ci sono donne, né fidanzate, né mogli. Non ci sono figli.

Ci sono loro, la loro musica, la rivoluzione planetaria che hanno portato, le reazioni del mondo. Ci sono le ragazzine che urlano. Tantissime, ragazzine che urlano.

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Ci sono amicizia, sintonia, complicità, compattezza, divertimento, follia, ci sono 4 ragazzi giovani che improvvisamente si vedono svenire 100 persone sugli spalti solo perché sul palco hanno  scosso la testa.

“Perché urlano così?” chiede un giornalista in un’intervista e John Lennon risponde: “Nono lo so! Non saprei proprio dirglielo”.

I Beatles sono dei cazzoni, si divertono e divertono. Sono simpatici, ironici, spiazzanti.

Alla domanda “Cosa rispondete a chi dice che siete una copia di Elvis Presley? George Harrison risponde  “No, non lo siamo” e nel frattempo si muove come il cantante di Memphis.

I Beatles sono amici, si vede. E dividendo per 4 il peso di avere gli occhi del mondo addosso, lo affrontano con leggerezza. Si godono il lusso di dire quello che vogliono, quando vogliono, nel modo in cui vogliono. Si arrogano la libertà di prendere in giro un sistema che li idolatra e li stritola allo stesso tempo. Che fa loro sempre le stesse domande. Che vuole da loro verità esistenziali.

Quando John Lennon dice che i Beatles sono più famosi di Gesù, nel SUD degli Stati Uniti scoppia la rivolta contro di loro e le persone saranno invitate a bruciare i loro dischi in piazza. Al loro concerto di Jacksonville non ci sarà il tutto esaurito.
Un giornalista chiede: “Ci saranno posti vuoti, come vi sentite?” McCartney risponde “Ugualmente ricchi”.

I Beatles sono musica, si sente. Arriverà il momento, e lo diranno, in cui si sentiranno liberi solo dentro lo studio di registrazione, liberi dagli obblighi contrattuali, liberi dalle folle e dal loro fanatismo, liberi dalle domande, liberi di fare ciò a cui tenevano di più: scrivere canzoni e suonare.

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Paul McCartney dirà del suo incontro con John Lennon “Quando da ragazzino mi chiedevano cosa mi piacesse fare, rispondevo che mi piaceva scrivere canzoni. Allora tutti cambiavano discorso e mi domandavano che squadra di calcio tifassi. Quando conobbi John e gli dissi che mi piaceva scrivere canzoni, lui rispose ‘Anche a me'”.

Alchimia, rispetto, talento, carisma, rivoluzione sociale e culturale (anche se, sempre Paul ad un giornalista che gli chiese cosa pensasse del fatto di essere un fenomeno culturale, rispose: “Cultura? Questa non è cultura, è divertimento”).

Poi ad un certo punto, basta. Fagocitati dal luna park chiassoso che il mondo aveva messo in piedi, stritolati da dinamiche spezza respiro, pressati da tensioni universali e forse più grandi di 4 ragazzi che facevano musica. Esposti sui palchi di mezzo mondo, dentro a stadi gremiti di gente in preda ai deliri. Lennon dirà che gli piaceva un sacco cantare Help! perchè la sentiva vera e perché il grido d’aiuto lo stava lanciando davvero.

Così, smessi i loro abiti uguali che li avevano fatti diventare una cosa sola, cambiati i loro caschetti in capelli più lunghi, con i baffi e un look stravagante, diventeranno 4 entità distinte.

4 uomini che si esibiscono per l’ultima volta insieme sul tetto del loro studio di registrazione. Senza avvertire nessuno, cantando una struggente “Dont’let me down” , lasciandosi alle spalle quello che sono stati, consapevoli e sicuri, ora liberi,  e lasciando che le persone, giù in strada, si radunassero piano piano.

Senza vederli, per la prima volta. E sentendoli, sentendoli e basta, per l’ultima.

 

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