Islanda, terra dell’anima.

Descrivere l’intensità di un viaggio in Islanda è impossibile.
Troppo intimo, profondo, estremo.  
È come voler descrivere uno spostamento dell’anima, un balzo in avanti che cambia la persona.

Tuttavia, di questo viaggio, posso descrivere le tappe per raccontare una storia personale lunga 10 giorni nella terra dei ghiacci.

Cominciamo col dire che ho imparato ben tre parole in islandese: sukkuladikaka, eplakaka e skyrkaka. Cioè, torta al cioccolato, torta di mele e torta allo yogurt (e questo può dare un’idea della mia alimentazione lassù). In realtà lo skyr è un latticino fresco ottenuto a partire da latte acido che ricorda tanto lo yogurt.

Sono molto fieri dello skyr ma dell’acqua di più: una cameriera l’ha definita “l’acqua migliore del mondo” e in effetti è molto buona, tantissima e diuretica.
Nei locali e negli alberghi portano la caraffa casalinga e se ne può prendere quanta se ne vuole: il consumo è libero e gratuito.
A volte viene servita col ghiaccio visto che fuori fa tremendamente caldo e magari uno ha bisogno di qualcosa di fresco.
Che sia diuretica l’ho dedotto dal dover andare in bagno ogni 30 minuti.

Un’altra cosa a consumo libero e gratuito è il wifi. Che è OVUNQUE.
Nei locali, nei supermercati, nei pullman, nei bagni, in aeroporto, nelle piazze, nelle case sperdute sui fiordi, dentro i vulcani, sotto i sassi.
L’acqua e il wifi sono le uniche due cose che in Islanda non costano, tutto il resto comporta un salasso. Si può usare la carta di credito anche per pagare un pacchetto di caramelle.
Ovunque, oltre al wifi, ci sono anche gli italiani: si riconoscono a colpo d’occhio, prima ancora che parlino o gesticolino: sono quelli vestiti meglio, con più marche, con più capi abbinati, con più stile. Il resto del mondo, spiace dirlo, indossa cose a caso.

10 giorni in Islanda dicevamo.
Apparecchiata per sfidare temperature proibitive, immaginavo di morire come una verruca sferzata da meno centomila gradi sotto zero, parto il 18 Agosto da Malpensa.
Facciamo scalo a Copenhagen dove mi esibisco in un pranzo a base di Flat Bread (sottospecie di piadina) con mozzarella, pomodoro e pesto, ignara del fatto che avrei trovato il pesto dappertutto ma non avrei mai più mangiato un pomodoro per i successivi 9 giorni. In Islanda lo sostituiscono col peperone e vanno pazzi per i pomodorini secchi. Amano anche infilare le noccioline nell’insalata.

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Io e la mia amata felpona della Vans: sempre insieme contro il freddo.

Arriviamo all’aeroporto di Keflavik e rimaniamo un’ora e mezza  in attesa dei bagagli.
AH, BENE, SUCCEDE ANCHE ALL’ESTERO QUINDI!
Poi usciamo e cerchiamo il nostro punto di noleggio della macchina.
Dobbiamo chiedere se per cortesia, invece del maggiolino del 1965 assegnatoci, potessero darci una 4×4 saltafossi.
Non troviamo il nostro punto di noleggio, quindi saliamo su un taxi e chiediamo al tassista di portarci all’indirizzo indicato. Lui non sa dove sia, parla al telefono con quelli del noleggio ma sembrano non capirsi, girottola qua e là e poi si rassegna. Allora ci caviamo dagli impicci in perfetto stile italiano: ci facciamo portare da un noleggiatore a caso e chiediamo dove si trovasse il noleggiatore concorrente.

Eccoci a Keflavik e precisamente all’albergo Berg. 

Ceniamo al Kaffi Duus con 2 antipasti, 2 secondi, 1 fetta enorme di sukkuladikaka, acqua, birra e due bicchieri di vino.
In Islanda non è necessario prendere gli antipasti perché non sono ANTI-pasti ma UGUALMENTEPASTI-pasti: porzioni esagerate che ti saziano a tappo.

Facciamo un giretto tra le stradine deserte e nella tranquillità del villaggio, ecco il rombo tamarro di una macchina supertruccata che in continuazione sfreccia intorno all’isolato e poi sgomma e “drifta” sul lungomare.
Sai il divertimento.

Rientriamo in albergo e comincia la notte più assurdamente lunga della mia vita.
Il tempo lassù  non passa mai.
Ci sono solo due ore, indietro, di fuso ma sono bastate a farmi svegliare tre volte convinta fosse finalmente giorno. L’1. Le 3. Poi le 4.
Gli islandesi non hanno persiane, solo tende, la luce filtra e ti bussa sugli occhi.
Alle 6.30 saltello come un grillo giù dal letto.

19 AGOSTO: la pentola d’oro.

PRIMA TAPPA: BLU LAGOON. Un’area geotermale con una piscina calda all’aperto.
Arriviamo e scopriamo che si entra solo con prenotazione. Abbiamo prenotato noi? No.

 

SECONDA TAPPA: PINGVELLIR. Il sito storico più importante d’Islanda dove i vikinghi fondarono il primo Parlamento Democratico del Nord Europa, l’Alpingi, nel 930 d.c.


TERZA TAPPA: GEYSIR.
Non c’è Islanda senza geyser. Non c’è geyser senza pensiero che siamo col culo sopra un bollitore.


QUARTA TAPPA: GULLFOSS.
“Gull-oro” “foss-cascata”. Poi improvvisamente mi giro e urlo “L’ARCOBALEEENOOOO!”. 

Il giorno si conclude all’albergo Gullfoss situato tra il nulla e il nullanulla.
E la pace è assoluta.


20 AGOSTO: dietro una cascata.

PRIMA TAPPA: SELJALANDSFOSS. Uno dei nomi meno complicati sulla mappa dell’Islanda. Ne leggi uno e nel tempo di ritrovarlo sulla cartina, l’hai già dimenticato. Avanti così almeno 5 volte finché uno fa lo spelling e quell’altra lo rintraccia lettera per lettera.
Seljalandsfoss è una delle cascate che più mi sono piaciute.
Potrete ammirarla da dietro e dunque mettetevi il Kway.
In alternativa portatevi lo shampoo per la doccia.

SECONDA TAPPA: SKOGAFOSS. Per andare ad accarezzarle la testa, dobbiamo salire sul fianco della montagna, ho cominciato a contare gli scalini ma poi ho perso il conto.
In cima, mi accorgo di avere un problemino: le vertigini.
Nonostante la piattaforma recintata, devi acquattarmi come un marine tra la boscaglia. Non riesco a fare foto oltre la balaustra e posso solo immortalare la meraviglia tra le maglie della rete. Con tanto di lucchetto dell’amore.

TERZA TAPPA: DYRHOLAEY. Con la nostra saltafossi blu arriviamo su questo promontorio sferzato dal vento. Sotto di noi, il mare, le spiagge nere, i pulcinella di mare, un arco naturale e due faraglioni.  Un faro in muratura bianca, abitato, domina tutto dall’alto. Posso fermarmi qui per sempre?

QUARTA TAPPA: SKAFTAFELL. Da Dyrholaey, sempre percorrendo la Hringvengur, l’unica strada esistente (a volte sterrata) detta amichevolmente “ring”, arriviamo a Skaftafell. Pecore, cavalli e mucche punteggiano il paesaggio con la testa bassa sull’erba. Segnalo pecore sprezzanti del pericolo che si avventurano sulla strada, cavalli particolarmente stanchi perché spesso sdraiati e mucche tigrate, tipo boxer ma con le corna. Segnalo anche parecchi uccelli morti sull’asfalto investiti da quegli enormi cosi pimpati a 7 piani che gli islandesi chiamano macchine.

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Skaftafell è il gioiello del Parco Nazionale di Vatnajokull che racchiude vette e ghiacciai tra i suoi confini. Essendo le 5 del pomeriggio, avendo accumulato stanchezza e non avendo voglia di infilare rampini, ci accontentiamo di un tragitto semplice che in un’ora ci porta ai piedi del ghiacciaio Skaftafellsjokull (cosa dicevo sui nomi islandesi?).
Da una piccola pianura di arbusti bassi e funghi porcini (non lo dico io ma l’esperto fungarolo che è con me), passiamo ad un paesaggio lunare.
Dune nere e grigie.
Poi l’acqua color argento, immobile.
La temperatura scende, la parete del ghiacciaio sale. Una meraviglia di desolazione e forza.
Le mie riflessioni sulla vita sono interrotte da urletti impazziti di gioia: è una bambina, in tuta di cotone gialla e blu (io avevo la giacca da sci ndr) che saltella qua e là come un folletto.
Arriva davanti ad un corso d’acqua, fa per attraversarlo ma realizza che si sarebbe bagnata le scarpe.
Non cambia percorso, non saltella sui sassi, non si bagna le scarpe: se le toglie e le tiene in mano. La semplicità dei bambini, la spontaneità, la via più naturale.
Che poi perdiamo.

Dal ghiacciaio all’albergo Skaftafell è un attimo.
Nota di demerito a chi ha preso i cannelloni ripieni di pollo e coperti di rucola.
E non sono io.

21 AGOSTO: un ghiaccio di 1000 anni fa.

PRIMA TAPPA: JOKULSARLON GLACIER LAGOON. Una laguna piena di iceberg che si staccano dal Breidamerkujokull e se ne vanno dritti verso l’Atlantico. Mi taglio un orecchio, lo consegno alla cassa e in cambio ricevo due biglietti per un giro in laguna su mezzo anfibio. Figo, non sono mai stata su un mezzo anfibio.
Si ghiaccia nel ghiaccio ma sono insaccata dentro un salvagente arancione fosforescente, tutto sommato si resiste.
Gli iceberg sono un po’ bianchi e un po’ neri, per la lava, alcuni azzurro/verdi.
Altri, i più belli, sono blu: quelli che si sono capovolti durante la notte e che l’ossigeno non ha fatto ancora in tempo ad imbiancare.
Ci fermiamo e ci fanno fare una cosa da beceri turisti: assaggiare un pezzo di ghiaccio di 1000 anni fa, staccato dalla lastra che l’addetta abbraccia affettuosamente e servito su un tagliere bianco sporco. Magari è il ghiaccio del freezer di casa sua, chi lo sa.
Vorrei fare una foto con il ghiaccio tra i denti ma scivola via e tocca chinarmi a cercare il mio millenario pezzo  sul fondo della barca: sicura che a quella temperatura i batteri non sopravvivono, rimetto in bocca la scheggia trasparente. Sa più di scarponi che di storia.

SECONDA TAPPA HOFN. Hofn (che vuole dire “porto” e si pronuncia come un singhiozzo improvviso) è un minuscolo agglomerato di case, famoso per le Humar, tradotte aragoste ma tecnicamente scampi, dove ho mangiato il piatto più buono di tutta la vacanza: code di scampi, appunto, cotte in vino bianco, in una crema liquida non meglio precisata ed erbe. Il ristorante si chiama Pakkhus, come la barca che pesca il pesce portato in tavola.
Cazzhus, invece, è quando ti portano il conto.
Oltre alle persiane, un’altra cosa che non hanno gli islandesi sono le tovaglie e le tovagliette: piatti e posate direttamente sul tavolo.

TERZA TAPPA: DJUPIVOGUR. Sulla strada tra Hofn e Djupivogur c’è una particolarità: il nulla. Ma non nulla come è stato fin ora, nulla nel senso di niente proprio.
Pecore, cavalli, mucche, mare, natura da mozzare il fiato, finestrini della macchina che si trasformano in quadri e fotografie a raffica, certo, ma nessuna forma di vita organizzata. Niente punti ristoro, niente benzinai. Se devi andare in bagno, scendi dalla macchina e vai. Se rimani a piedi, scendi dalla macchina e stai.

Poi, all’improvviso, questo tetto bianco:

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Arriviamo, entriamo  e ci accoglie una signora bionda dall’aria dolce.
Ci fa vedere la casa, la nostra stanza, il bagno e ci dice subito che siamo gli unici ospiti.
La casa è meravigliosa (Adventura Guesthouse), tutta in legno bianco con una vista spezza respiro sull’oceano.
Dentro il silenzio, fuori il silenzio.
Il tempo è immobile interrotto solo dal ticchettio di un orologio.
Arriva il marito, accende la stufa, ci porta a vedere i suoi due cani. È un cacciatore.
Le corna che ornano la parete principale lo dimostrano.
E anche i due uccelli stesi ad asciugare con i panni.
Gli si fa sapere che io non mangio carne e sento la sua muta disapprovazione.
Ci chiede di non chiudere mai la porta di ingresso e nella mia testa si aprono scenari noir.
Sorseggiamo tè e lui ci spiffera l’esistenza, poco lontano, di un hotspot: una pozza naturale a 38 gradi in cui immergersi tra la natura. Prendiamo i costumi e andiamo. Spogliarsi con 9 gradi intorno non è simpatico, buttarsi in questa specie di piscina caldissima tra le rocce, lo è eccome. Da segnalare che non è una poetica pozza ma una vasca, pare un ex abbeveratoio, dietro una roccia e tappezzata di muschio. Meravigliosa.

Ceniamo al ristorante dell’albergo Framtid e per poco non gli diamo fuoco incendiando un tovagliolo con una candela. L’ho detto che il pane islandese è buonissimo? E che quando lo portano in tavola non mancano mai di dire “homemade bread”?
La mattina dopo ci aspetta una colazione pazzesca cucinata dalla padrona di casa.
Quasi sull’uscio per partire, si sbottona e ci racconta che suo marito è il sindaco di Djupivogur e che quando Ben Stiller arrivò per girare “I sogni segreti di Walter Mitty” lui lo scambiò per Adam Sandler.

22 AGOSTO: pizza gusto fiordo.

PRIMA TAPPA: LAGARFJOT e HENGIFOSS. Lagarfjot è un lago (e un fiume) dalle acque grigio-brune in cui sembra ci sia il cugino del mostro di Lochness. Io non l’ho visto. Hengifoss è la cascata più alta d’Islanda e lo sa bene il mio ginocchio sinistro che al momento di questo resoconto ha le dimensioni di una mela.

 

SECONDA TAPPA: MJORFJORDUR.  Arriviamo a Mjorfjordur (“fiordo stretto”) e ci fermiamo alla Guesthouse Nord Marina.
La giudico da fuori e mi viene voglia di scappare, poi entro e mi viene voglia di restare.
Se c’è una cosa che ho imparato in Islanda è che anche la stamberga più triste e scrostata, all’esterno, dentro è pulita e precisa.
Il fatto che ci facciano togliere le scarpe mi esalta, l’idea di indossare ciabatte di chissà chi, ammassate in un cesto all’ingresso, meno.
Una cosa fantastica degli islandesi è che non usano la moquette e per questo sarò loro grata nei secoli dei secoli.

Gli islandesi tendono a non avere case in muratura ma prefabbricati colorati tenuti un po’ così. Li ordinano su un catalogo, fanno la base di cemento e poi appoggiano la struttura.
A cena, la sera, abbiamo mangiato la pizza nello Skaftafell Bistrò.
LA PIZZA IN ISLANDA??? AAAAAH I SOLITI ITALIANI!
Provate voi a mangiare ininterrottamente pesce per giorni e a resistere a 16 pollici di carboidrati. Poi non siamo stati gli unici italiani ad ordinarla e, per la cronaca, nemmeno i soli a urlare: “PIZZA CON L’ANANAAAAAAS?!” quando abbiamo letto il menu.
Arrivati col cielo grigio, ripartiamo la mattina dopo con il sole.


23 AGOSTO: assaggio di civiltà.

La giornata è splendida e i colori sparano senza remore la loro bellezza.
Sulla strada ci imbattiamo in un casottino verde acceso: costruito da un eccentrico islandese, è un distributore automatico di bevande e caffè (oltre che di palline per bambini) alimentato ad energia solare.
Se manca la corrente si gira l’interruttore su “on”, si aspetta un attimo e  poi ci si serve.

PRIMA TAPPA: BORGARFJORDUR EYSTRI. Un minuscolo villaggio con una grande attrazione: Lindarbakki, la casa “pelosa” avvolta da erba verde.
È privata e mi viene voglia di entrare per chiedere come si viva in 32 mq e con cosa si faccia l’erba sul tetto.

 

SECONDA TAPPA: DETTIFOSS. Questa cascata rovescia a valle 193 metri cubi d’acqua AL SECONDO e ha la portata maggiore di qualsiasi altra in Europa.
Vogliamo parlare poi della meraviglia di potersi sedere talmente vicino che se allunghi un piede sparisci nella corrente?
Non arriviamo mai e per la prima volta cominciamo a fare due conti sulla benzina.
L’idea che ogni metro sia una goccia in meno nel serbatoio mi strizza il cuore e anche qualcos’altro, realizziamo che rimanere a piedi significa chiamare l’elicottero per il recupero. Lo spettacolo vale l’ansia.

TERZA TAPPA: MYVATH NATURE BATH. Pozze ribollenti, formazioni laviche, fumo che si alza dalle rocce e crateri: è il Myvath, bellezza. Dopo aver percorso la distanza dalla terra alla luna per 3 volte, decidiamo di fermarci e godere del relax dei Myvath Bath.
Memori della Blu Lagoon, saltata per mancata prenotazione, anche qui andiamo a casaccio ma stavolta entriamo.
I più goderecci sguazzano nel caldo della piscina naturale con birra alla mano, i più tecnologici (giapponesi) immortalano il momento con telefonini e fotocamere impermeabili. Io, che non amo la birra e non sono così organizzata, fotografo il tutto prima di tuffarmi.

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QUARTA TAPPA: AKUREYRI. Nel viaggio verso la città ho trovato la luce più bella di tutta l’Islanda. Akureyri è piccola e carina, prima vera cittadina dopo tante fattorie perse nel nulla. Abbiamo mangiato da Akureyri Fish, un locale spartano e carino che puzzava di pesce fritto: abbiamo ordinato un Fish&Chips e un Plokkfiskur, una poltiglia di pesce, aglio e maionese. Molto buono.
La cameriera incarna perfettamente l’atteggiamento islandese: nessun sorriso e gentilezza a vanvera, impatto freddo come di chi non vorrebbe essere disturbato.
Poi, in un secondo momento, la gentilezza.
Quindi siamo andati in un carinissimo cafè sulla collinetta dove io ho preso l’ennesima sukkuladikaka dalle dimensioni vatussiane. Se a Djupivogur abbiamo rischiato di incendiare il locale, qui abbiamo rovesciato la birra sul tavolo/muro/pavimento.
Abbiamo … HA.

24 AGOSTO: anniversario di coppia tra le balene.

PRIMA TAPPA: HUSAVIK. Il whale watching è un’esperienza davvero emozionante ma, almeno quello che abbiamo fatto noi, troppo turistica e chiassosa.
Ci fanno salire su una suggestiva barca  d’epoca e ci infilano in tutoni termici, mi affibiano una fantomatica taglia S che trascinerò con fatica e su cui inciamperò per tutte le successive 3 ore.
Se non fossimo affacciati sulla Groenlandia, in mare aperto, sopra queste creature meravigliose, sarebbe una situazione comica: al primo spruzzo d’acqua, la capo Whale Watcher urla “three o’clock” e tutta la ciurma si muove in massa verso quel lato della barca tra schiamazzi e “oooh” di meraviglia mentre due gommoni sfrecciano in direzione dello sbuffo. Nel frattempo, però, la balena s’è immersa di nuovo e ricompare dalla parte opposta. Tanta stima.

SECONDA TAPPA: HVAMMASTANGI. O per meglio dire: cerchiamo un punto a caso nella mappa e accorciamo il viaggio verso Reykjavik.
Dopo km e km dentro un panetto di nebbia fitta, ci fermiamo al Nort West Guesthouse.
Un edificio brutto e grigio davanti ad un distributore.
Al piano inferiore il cafè con la reception, a quello superiore le camere.
Lo sconforto si impossessa di me e sto per preferire una notte appoggiata alla pompa di benzina quando, aperta la porta della stanza, rifiorisco per l’ennesima volta: minuscola ma pulita. Che si fa adesso? Andiamo piano piano al villaggiucolo vicino.
Piano piano perché davanti a noi c’è un carro funebre che ci fa strada fino al porto, lì troviamo anche gli abitanti schierati e curiosi, gommoni di recupero, Guardia Costiera, elicottero e un morto caduto in mare con l’auto.
Aspettiamo la cena cercando palestre di Pokemon Go e l’unica esistente è vicino ad uno stendino pieno di pesci secchi.
Se capitate da quelle parti andate a mangiare al ristorante Sjavaborg.

25-26-27 AGOSTO: la capitale più a Nord del mondo.

Reykjavik significa “Baia Fumosa” per i vapori sprigionati dalle bocche geotermali e fu fondata da Ingolfur Arnarson, un norvegese in fuga dalle madrepatria, nell’871 d.c.
Reykjiavik è carina da morire e il mio piano F è aprire un cafè libreria.
O forse solo una libreria visto che ci sono più cafè che gabbiani.
Non ci sono cani, invece. I gatti sì e sono grassocci.

Reykjavik è piccola, colorata, sicura, civile, piena di turisti e di negozi di souvenir.
Ci sono tantissimi papà in giro coi passeggini, le biciclette vengono parcheggiate senza lucchetti, i bambini lasciati a dormire fuori dai negozi. Ci sono moltissimi ragazzi che lavorano nei locali. Pochissimi i fumatori.

Gli islandesi vanno in giro in tuta e tendenzialmente i maschi sono più fighi delle femmine. La barba lunga è di gran moda e anche il taglio alla Jenny Savastano: capelli rasati ai lati della testa e sopra leccati da una mucca.
Le ragazze sono tante Elsa di Frozen, capelli lunghi e tinti di grigio/bianco.
Molti, sia tra la gente per strada sia tra commessi a camerieri, indossano le ciabatte di plastica con la fascia: ammesso che Zuckerberg possa usarle, siete Zuckerberg voi?
Tutti parlano inglese, anche le ciabatte di plastica con la fascia.

Con qualche difficoltà dovuta a delle mappe realizzate con i piedi, arriviamo al Vecchio Porto e qui prendiamo un caffè nel Cafè Haiti dove Elda, la proprietaria haitiana, tosta personalmente i chicchi. Anche il locale è una chicca. Ce ne andiamo sentenziando: “Complimenti, buono quasi come il caffè italiano”. Lei ringrazia sorridendo soddisfatta ma in cuor suo spera che un gabbiano ci caghi in testa punendo tanta superbia.

Il secondo giorno pranziamo a casa e ci prepariamo gli spaghetti al pomodoro: le materie prime non sono granché ma il piatto è venuto davvero bene e anche la pasta integrale non è male. In tutto il supermercato ci saranno si e no 10 pacchi di pasta, alcuni della Barilla e altri del pastificio Zara. “Prodotta in Italia” assicurano.

A Reykjavik non c’è la cultura dell’aperitivo ma sicuramente c’è quella dell’alcol.
I ragazzi, considerati i prezzi, si ubriacano a casa con bottiglie prese al supermercato e poi escono verso mezzanotte. Fino alle 5 fanno una civile baldoria poi tentano di tornare a letto. Se non ci riescono, si stendono sui marciapiedi e dormono.
Merita una menzione il Loftid, locale poco visibile e raggiungibile con scale interne.
Ricavato da un’ex sartoria, è molto ma molto carino.
Vogliamo assaggiarne i cocktail e capire se siano all’altezza di quelli bevuti al Tales&Spirit di Amsterdam che per ora sono imbattibili.
Ne ordiniamo due, “Sweet Fire” e “Low Margarita”, non prima di aver chiesto: “Martella?”, rigorosamente in italiano e con la mano aperta messa in obliquo che va su e giù. Il barman, porastella, azzarda un “What?” e noi aggiustiamo il tiro domandando “Is it strong?” “Do you mean spicy?” “No, I mean if this is too alcoholic”.
Ci assicura di no e li prepara.
Buonissimi ma Amsterdam è ancora in testa.

Dal Loftid passiamo al Fiskfelagid, un ristorante che aggiunge alla cucina islandese tocchi di mondi lontani. Chiediamo un piatto danese (formaggio di capra con miele glassato, barbabietola bianca, yogurt caramellato e granella di nocciole) e uno irlandese (salmerino, aragosta, capesante con carciofi glassati nella birra e sfere di mela, vinagrette di aneto e spuma di birra), io sono molto contenta di mangiare formaggio, a forza di buttare giù pesce mi stanno spuntando le branchie. Come dessert andiamo in Belgio e in Antartide. Divini.

Arriviamo a casa e nella scuola di ballo attigua, dalla quale alle 7 di mattina partono sonorità latino-americane, sono attorcigliati in un passionale tango. La mattina dell’ultimo giorno punto la sveglia alle 7 per andare al mercato delle pulci, alle 8.30 siamo fuori di casa e mi accorgo che il mercato apre alle 11. Mettiamo le tende al Laundromat Cafè dove la password del wifi è I LOVE YOU.

Assaggiamo lo squalo e rimango male che non faccia così schifo come immaginavo. Lasciamo Reykjavik mangiando due fette di pizza e bevendo il caffè più schifoso della mia vita. Peccato perché il posto era carino.
La mamma in foto ha sgretolato in 10 minuti uno dei pilastri della mia educazione, il legame tra cibo e igiene: ha strusciato il toast del figlio sopra tutto il tavolino, avanti e indietro, e quando il formaggio rimaneva attaccato da qualche parte lei lo staccava e lo riappiccicava sul toast. Forse il bambino non aveva tutti i torti a rifutarlo.

Alle 17 prendiamo l’aereo e lasciamo questo paese di una bellezza assurda e quasi sfacciata dove un respiro, una cellula, un atomo, qualcosa della mia persona è rimasto e da dove ho portato via qualcosa.

Sicuramente la consapevolezza che siamo solo ospiti della natura, non padroni, e mai, nemmeno per un attimo, possiamo pensare di assoggettarla davvero.
Mentre io ne ammiravo la bellezza insostenibile, in Italia lei distruggeva vite.
Siamo padroni solo di noi stessi, delle nostre azioni, dei nostri pensieri e della nostra libertà.

 

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3 pensieri su “Islanda, terra dell’anima.

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