Cosa resterà di quelli degli anni ’80?

Sono nata negli anni ’80, adolescente nei ’90, ventenne nei 2000. Appartengo a quella che una volta, in un articolo particolareggiato, è stata definita generazione cavia. Una generazione sulla cui pelle hanno provato un po’ tutto. Esattamente come sui topi in laboratorio.

Già al liceo, la mia prof di matematica mi aveva soprannominato “Carolina fa le prove” perché quando mi chiamava alla lavagna, davanti ad un esercizio di cui ignoravo la soluzione, dicevo sempre:  “Provo a fare così”. E prendevo tempo.

Ecco, siamo la generazione che ha preso tempo. E forse un po’ l’ha anche perso.
Forse ci siamo persi proprio noi, sballottati tra una sperimentazione del nuovo esame di maturità e il nuovo ordinamento universitario, tra una prova di stage e una prova a tempo determinato. Su una zattera più o meno grande che galleggiava a stento, mentre quelli delle generazioni precedenti ci passavano accanto con le navi da crociera.

Non voglio fare la vittima, in fondo noi abbiamo avuto BIM BUM BAM e tutti gli altri no, però penso che la mia sia una generazione particolare.
A metà tra due ere senza una bussola.
Che è avanzata, e avanza, a tentoni nel buio: come quando vai in bagno la notte e non accendi le luci per non disturbare, è certo che lascerai uno stinco attaccato ad un qualche mobile.

Ognuno lo dice della propria? Può essere.
Forse sto invecchiando e faccio discorsi da vecchia.
Ma sento, e mi sento, che siamo percepiti come gente incolore.
Senza un’identità, una stabilità, una connotazione forte, una particolarità.
Se non le borse Naj Oleari.

Giusto ieri leggevo un articolo che parlava di quanto la mia generazione faccia poco sesso, addirittura meno rispetto a genitori e nonni. Al di là dell’effetto di pensare a mia nonna in un certo modo, mi ha colpito il fatto che non parlano mai di noi in senso positivo.
Eppure ci vorrebbe un po’ di clemenza, abbiamo avuto un sacco di casini e siamo ancora qui a cercare di capire come gira il mondo e come giriamo noi, rispetto al mondo.

Ragioniamo.

Chi è che ha avuto i cartoni animati più tristi, disturbati, psicologicamente instabili della storia mondiale dei cartoni animati? Noi.
Chi è che aveva i ciuccetti colorati attaccati anche ai peli delle ascelle? Noi.
Chi è collezionava quei cosi rattrappiti, rosa come topi, chiamati Paciocchini? Noi.
Chi è che era pieno di brufoli, dei quali mi pare abbiano trovato la cura mondiale visto che oggi gli adolescenti possono fare tutti i testimonial di Lancome? Noi.
Chi è che aveva il mondo diviso tra Brandon e Dylan? Noi.
Chi è che ha vissuto il dramma dello scioglimento dei Take That? Noi.
Chi è che veniva a sapere da Cioè che si poteva perdere la verginità se lo spicchio di luna dava a ponente? Noi.
Chi è che s’è distratto un momento e d’estate non c’era più il Festivalbar? Noi.
Chi è che aveva la frangia a banana? Noi.
Chi è che veniva una merda nelle foto della gita perché non aveva i filtri Instagram, né i tutorial di Clio Makeup, né le macchine fotografiche professionali dei genitori ma solo una scatola arancione della Kodak usa e getta, nel senso che la usavi e poi gettavi le foto? Noi.
Chi è che ha vissuto col telefono a gettoni e ora si trova col telefono a pensiero e non può concedersi il lusso di non saperlo usare ché fa subito vecchio, ma non come i vecchi veri che sono giustificati e teneri? Noi.
Chi è che è cresciuto con le merendine del Mulino Bianco e si ritrova con la crostatina di seitan? Noi.
Chi è che dovrà sperare di avere degli highlander al posto dei genitori perché dovrá poter contare su di loro anche quando avrá 83 anni  ? Noi.
Chi è che passa 5 anni all’università perché la laurea è importante? Noi.
Chi è che poi “Eh ma non hai esperienza, cosa hai fatto in questi 5 anni?”? Noi.
Chi è che ha lavorato gratis per fare esperienza? Noi.
Chi è che cerca lavoro in un bar con una laurea e un dottorato? Noi.
Chi è che “sei troppo specializzato per questo lavoro?”? Noi.
Chi è che è costretto ad andare all’estero a cercare un contratto degno? Noi.
Chi è che torna in Italia perché all’estero ormai c’è pieno di gente che cerca un contratto degno? Noi.
Chi è che ha centrato il momento di crisi economica universale con la precisione di un cecchino? Noi.
Chi è che la pensione AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH? Noi.
Chi è che, se andrà in pensione, sarà a 4200 anni? Noi.
Chi è che andrà a ritirare la pensione e riceverà bucce di lupini? Noi.
Chi è che non arriva mai al momento giusto perché era sempre meglio prima? Noi.

Ecco, è questa la sensazione: di essere costantemente fuori sincro.
Col mondo del lavoro, con l’idea di costruzione, di stabilità, con la vita in generale.
Mia madre conosceva il suo futuro e lo conosceva anche mia nonna che, voglio dire, s’è fatta una guerra mondiale e se non ti destabilizza quella, non so cosa possa farlo. Io no. Dieci anni fa, a 26 anni, non avevo minimamente idea di cosa avrei fatto, come, quando e dove.  Nonostante questo, io e la mia generazione siamo qui.

Nonostante il Crystal Ball, le schifezze preparate col Dolce forno Harbert, le tute di acetato infiammabili, il lerciume attaccato alle manine appiccicose trovate nelle patatine e Jack Dawson morto sul Titanic.

Nonostante tutto.

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