Tornare a casa.

Tornare a casa, per me che vivo a 200 km di distanza, è recupero, riappropriazione, ritrovamento, estraneazione, tranquillità, rilassamento, certezza, fastidio, commozione, sicurezza.

È riallacciare rapporti, misurarli, guardarli a distanza di mesi, trovarli diversi, trovarli uguali, non capirli, sentirsi distanti, vicini e avanti.

È guardare luoghi, conoscerli a occhi chiusi, vederli cambiare, riconoscerli imbruttiti, notare le differenze.

È vivere un’altra dimensione, vederne i confini, starci dentro e sentirsi al sicuro, toccare i confini e avvertirli troppo vicini, troppo stretti, troppo corti.

È sapere che le cose sono lì dove le avevo lasciate e riceverne un senso di immobilismo, salvo poi accorgersi che alcune non ci sono più e allora rimanerne disorientati.

È una macchina sporca, mezza rotta, usata male, usata tanto, da cambiare e che non cambia mai.

È un dialetto che si parla solo qui e che parlo solo qui con il terrore di dimenticarlo e la consapevolezza di avere un’inflessione diversa.

È il rumore del tosaerba che se ci penso è stato costante per 4 giorni, è il gallo che canta in lontananza e le galline che coccodiano alle 7 di sera, sono gli uccellini che chiacchierano tutto il giorno e che mi svegliano e che mi fanno dire “Ma basta!” finché il mio pensiero non va all’autobus sotto la mia finestra milanese, alla macchina che lava le strade, ad un cinguettìo che non sento mai.

È la cucina dove mia madre prepara piatti che non sono solo piatti ma porzioni d’amore.
È la sua premura, la sua cura, la sua voglia di vivermi il più intensamente possibile, la sua fame di me che quasi mi mangerebbe pur di avermi qui e con sé, è il suo tenermi in alto, prima di tutto.
È la nostra divergenza di opinioni e comportamenti che poi sono gli stessi e questa somiglianza ci fa incazzare.
È il momento della partenza e le ore immediatamente prima che ci chiudono un po’ la gola e ci fanno calare in un mutismo pieno di significato.

È mio padre che in qualche modo vuole esserci, fosse anche nel tempo e nello spazio di una tazzina di caffè.

È il cimitero dove vado ogni volta perché mia nonna mi aspetta per chiacchierare un po’, dove le racconto cosa mi succede e appoggio una mano sulla lapide che per un momento diventa meno fredda. Poi la saluto, come si saluta una persona che tornerò a trovare la volta dopo.

È il mare che va e viene, anno dopo anno, stagione dopo stagione, che porta via pensieri e regala prospettive.

Tornare a casa è recuperare una dimensione, quella di figlia.
E non c’è al mondo cosa più bella.

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3 pensieri su “Tornare a casa.

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